Lo ammetto: sono di parte.
Da bambina ho trascorso le mie vacanze estive a Viareggio, e l'unico momento che ho potuto "godere" della riviera romagnola è stato in colonia, a 7 anni, e ancora oggi il ricordo mi genera orrore e raccapriccio. Poi, da adulta, ho conosciuto la Romagna di chi ci vive. Ma non l'ho mai vissuta davvero da turista.
Riconosco che amministratori, albergatori e bagnini debbano mettere in opera il necessario per attrarre nuovi turisti, in particolare giovani, che prima si rimbambiscono nelle discoteche della zona, poi, cresciuti, porteranno a Riccione i bambini e si alzeranno nel momento in cui i loro successori viveurs si accasciano svenuti sul letto, e più avanti torneranno senza figli (che vanno tre bagni più in là con i loro amici discotecari) e chiederanno sempre lo stesso ombrellone.
Occorre ammettere, tuttavia, che i ricordi infantili hanno un peso enorme nei sentimenti che i luoghi suscitano in noi. A volte visitare un luogo dell'infanzia può causare choc insanabili a causa delle orrende trasformazioni che ha subìto.
Viareggio, in questi quarant'anni, non è cambiata. Perlomeno non nella parte legata ai miei ricordi. Il laghetto dei cigni che è sempre uguale, tranne che al posto dei cigni ci sono le oche, ma sono comunque bianche. La pineta con quell'odore fresco di erbe e muschio. E l'ospedale con la sua facciata candida e le palme ad ombreggiarla. L'Hotel Royal con le sue torrette gialle. La darsena antica e il porto canale, dove mia nonna mi portava a vedere le barche. Le cabine di legno dei bagni con quell'odore inconfondibile di salmastro. Gli ombrelloni distanti uno dall'altro, con le sedie a sdraio invece dei lettini. E i pattìni di legno. E il tramonto sul mare anzichè dietro le case. E la cadenza strascicata della lingua.
Viareggio ha il fascino decadente delle vecchie signore incipriate e cotonate e ingioiellate e incartapecorite che vanno a teatro con il binocolo di ottone lucido.
Io l'adoro, come si adorano (quasi) tutte le cose dell'infanzia.
Fanno un concerto a Verona sotto l'acqua, neanche un impermeabilino a coprire le loro stanche ossa, neanche un lenzuolo alla Pavarotti a proteggere la loro ugola (un tempo) d'oro.
[...] dopo 50 minuti Roger (Daltrey, n.d.r.) sulle note di "Behind Blue Eyes" ha dato il via di nuovo alla seconda parte del concerto [...] Ma, al ritornello della canzone Roger si è dovuto fermare perché ha detto "la mia voce se ne è andata.
Come a dire: se non hai l'età, è meglio che non ti cimenti.
Sullo schermo immagini psichedeliche di fiori della natura di un treno accelerato in corsa,
E a giudicare dalla punteggiatura (o dal contenuto?) il giornalista ha dimostrato la propria serietà cronistica per aver voluto provare una full immersion negli anni '70 ingurgitando una sostanziosa quantità di acido.

A lui, che se n'è andato.
E a lei, che resta e che amiamo.
Funeral blues - Wystan Auden
Fermate tutti gli orologi
isolate il telefono
fate tacere il cane con un osso succulento.
Chiudete i pianoforti
e tra un rullio smorzato,
portate fuori il feretro.
Si accostino i dolenti.
Incrocino aeroplani, lamentosi, lassù
e scrivano sul cielo il messaggio:
Lui è morto.
Allacciate nastri di crespo
al collo bianco dei piccioni.
I vigili si mettano
guanti di tela nera.
Lui era il mio nord, il mio sud,
il mio est e ovest,
la mia settimana di lavoro
e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte,
la mia lingua, il mio canto.
Pensavo che l'amore fosse eterno
e avevo torto.
Non servono più le stelle,
spegnetele anche tutte,
imballate la luna,
smontate pure il sole,
svuotatemi l'oceano e sradicate il bosco
perché ormai più nulla può giovare.
Accade. Accade che sei lì una sera sfinito da una settimana molto faticosa. Accade che le tue difese sono completamente annientate e qualsiasi cosa ti venga propinata dalla morfina televisiva penetri e princìpi a scorrazzare per vene ed arterie inoculandosi in ogni cellula, ogni anfratto del tuo corpo. Accade che la memoria incominci a viaggiare come un razzo e che impercettibili scossette elettriche dentro al tuo cervello facciano due più due e che la somma sia spesso diversa da quattro.
Così all'improvviso compare una faccia sullo schermo, una faccia solcata di rughe e di fiumi e di valli, e ti trovi ad invidiare un pochino quei segni che mostrano che il corpo che indossa quella faccia ha percorso strade a te sconosciute, ha scrutato abissi e studiato cieli a te ignoti.
Invidio la vecchiaia, che un po' temo come si temono tutte le cose sconosciute. Ne ascolto il canto, mi addolcisce il cuore e mi rallegro dell'animo di bambino che nei vecchi riaffiora senza pudore e mi conquista.

Ma chi erano i sublimi illustratori delle fiabe sonore?

Gatto di razza che non se la tirava.
Gatto di razza con istinto da meticcio.
Gatto dall'ingegno volto all'ozio e dagli ormoni iperattivi.
Seccato da betoniera nel fiore della vecchiaia.