Nel 1975 avevo 14 anni. Mi godetti (si fa per dire, tra Compagno di Scuola e Lilly c'era poco da stare allegri) un concerto di Venditti nell'atrio della scuola. Saremo stati in meno di cento: noi seduti per terra a gambe incrociate e lui a suonare su un misero pianoforte verticale. Lui compreso nella parte del cantautore impegnato, noi ingenui, incantati, conquistati e rapiti dal "messaggio".
Poi siamo invecchiati, io e il suo pianoforte verticale.
A volte provo una nostalgia invincibile per quegli ideali - quelli della canzone - e per ciò che stavano a significare per me allora.
Chissà lui. Ma non importa.
Voglio dire: non mi interessa che lui, Venditti, non abbia nostalgia di quegli anni, delle speranze di allora. Ma quella canzone è uno dei simboli di quello di cui mi sentivo circondata allora, che mi avvolgeva come l'abbraccio di mia madre.
Spero che il mio smarrimento odierno sia condiviso da quelli che erano il mio abbraccio materno allora. Di alcuni so, di moltissimi invece no. Ma confido di ritrovarli e di condividere una nuova stagione. Qualche timido segnale di fumo che offusca l'orizzonte lo percepisco, di tanto in tanto.
E' tempo di rinascere.
